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Da prodotto di nicchia al primo posto nell’export: i diversi volti del biologico in Italia

Se dici biologico, dici Italia.

Da prodotto di nicchia al primo posto nell’export: i diversi volti del biologico in Italia

Il nostro paese, a livello mondiale, è il primo esportatore di prodotti bio e investe nel settore circa l’11% della propria SAU, la superficie agricola utilizzata. Per intenderci, quasi il triplo della Francia (4,1%) e il doppio della Germania (6,3%). E’ uno dei tanti dati incoraggianti pubblicati nel recente rapporto del centro studi di Confagricoltura: la consapevolezza di servire a tavola un prodotto di cui si conosce l’origine e la produzione nel rispetto dell’ambiente e della salute si sta diffondendo anno dopo anno nelle case degli italiani. E anche nelle aziende agricole. Da quando, nel 1991, all’interno dei mercati europei, fu approvato il regolamento Cee, i consumatori hanno via via chiesto maggiori garanzie e più controllo sui cibi che mangiano: etichette e certificazioni, il divieto a utilizzare sostanze chimiche di sintesi, il rispetto dell’ambiente evitando quindi l’inquinamento di aria o acqua e erosione del suolo, lo stare alla larga dagli Ogm, gli organismi geneticamente modificati. 

Osservando la SAU investita nel biologico, al netto di una sostanziale crescita a partire dal 2000 di tutte le colture, in Italia si può notare una predominanza di terreni adibiti a foraggere, circa il 20,3% del totale della superficie agricola utilizzata, che si allinea alla scelta di puntare sul bio anche negli allevamenti. In generale, gli ultimi dati disponibili del 2014 fanno sorridere per chi crede nel biologico: in crescita la produzione di cereali, ortaggi, vite, mentre diminuiscono lievemente le coltivazioni di frutta fresca, agrumi e olivo. Attivo il Mezzogiorno con diverse regioni che si dimostrano fertili: guida la classifica la Sicilia con 303.066 mila ettari adibiti al biologico, seguita da Puglia con 176.998 mila ettari e dalla Calabria con i suoi 160.1643 mila ettari. Proprio la Calabria, assieme a Toscana e Valle d’Aosta, fa segnare nel 2014, un balzo consistente della SAU biologica; nella zona di Aosta, addirittura, si registra un +49,8% in più.

Ma come si piazza l’Italia all’interno degli equilibri biologici del globo? Bene, ma non benissimo. Cosa vuol dire? Se, come detto in apertura, il nostro paese, con un valore stimato, nel 2013, in 1.260 milioni di euro, è il principale motore esportatore di prodotti biologici, davanti a Olanda, Spagna e Stati Uniti, diverso è il rapporto col “bio” all’interno dei nostri confini. Il consumo procapite annuo di prodotti biologici in Italia è di 35 euro: non molto se si considerano i 221 euro della Svizzera, le quote mediamente più alte nei paesi scandinavi o i 97 euro della Germania. 

Bisogna ancora superare quello scoglio di reticenza che persiste nelle fasce medie dei consumatori: per questo l’agricoltura biologica in Italia punta sul progresso della cultura d’impresa. Con maggior propensione all’innovazione, le aziende bio si differenziano dalle altre per una scelta ben precisa che va dall’età media più bassa degli operatori, al grado di istruzione più elevato per garantire non solo una formazione al passo coi tempi, ma anche per diversificare strategie e canali di vendita. Inoltre, organizzando attività didattiche-ricreative, si valorizzano al meglio le risorse paesaggistiche e ambientali tipici della nostra italianità, riducendo le distanza tra campagna e città. Così facendo, procedendo in questa direzione, è possibile espandere la conoscenza del bio in Italia elevandolo da prodotto di nicchia a bene largamente diffuso. E’ un’alleanza tra consumatori e agricoltori. Una giusta, cosciente e bio alleanza.

GS

20/07/2016

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