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Siamo in una nuova stagione

Le buone pratiche hanno contagiato la grande distribuzione, o forse è proprio il contrario.

Siamo in una nuova stagione

I numeri che hanno accompagnato il successo dell’ultima edizione della fiera del biologico a Bologna, il Sana, sono incontrovertibili e sono arrivati dopo quelli, trionfali, sulla presenza dei prodotti biologici nella grande distribuzione organizzata, cioè all’interno dei supermercati.

Si tratta di notizie che sono state ripetute in modo ossessivo e che hanno rappresentato l’essenza delle informazioni sul biologico di questo periodo. Il successo, ricercato da tempo, conferma gli sforzi fatti dal settore, ma stimola riflessioni che tutte le persone, che in questo mondo lavorano, stanno facendo per capire quale sarà il suo futuro.

L’applicazione di sani principi nella coltivazione, per offrire un prodotto buono e sano (coinvolgendo gli aspetti etici che questo comporta, come la salvaguardia dell’ambiente), non è un discorso vuoto. Ci sono delle notizie molto “belle” che coinvolgono, ad esempio, i prodotti fairtrade che non sono più una realtà da bottega e che in qualche misura coinvolgono lo stesso biologico.

Come si è potuto vedere al Sana, la spinta delle politiche e dei grandi gruppi di vendita che sembrava negli anni scorsi indirizzarsi verso una produzione convenzionale, magari con una presunta attenzione verso i temi ambientali, sembra uscire sconfitta.

L’agricoltura biologica, al centro dell’attenzione dei consumatori, è riuscita a ritagliarsi un ruolo di mercato che difficilmente oggi può essere discusso, ma sottende un rischio. Il “biologico”, oggi all’interno anche dei discount, rappresenta agli occhi di chi l’acquista uno standard imprescindibile, come dire, il biologico sta diventando il nuovo “normale”. 

E’ giusto uniformare gli standard di produzione di questi prodotti, che per entrare nella grande distribuzione devono sottostare a politiche di acquisto superate, a quelli di chi ha sempre creduto in un’etica di produzione seria? Non solo per i piccoli agricoltori (soffocati anche loro da una certa retorica della narrazione), ma anche per le aziende che appartengono alla storia dell’industria alimentare italiana e che hanno una tradizione e reputazione da difendere.    

Il biologico è uno solo, perchè per fortuna esiste un Regolamento, ci sono però organismi di certificazioni diversi, con politiche e applicazioni diverse. Tutto questo è molto democratico e coerente con una logica di mercato, ma questo limita, in un consesso altrettanto democratico, di sviluppare quei correttivi che oggi sono necessari a tutelare un prodotto realmente di qualità.  Genera truffe o presunte tali (perchè non tutto giunge alle orecchie del consumatore, con il timore di condizionare il “boom”) e finisce inevitabilmente per creare un solco tra le diverse realtà che in questo mercato si cimentano. La soluzione non è un controllo pubblico - il cui rischio è diventata ancora l’occasione per ricompattare il settore -  perchè oggi non ci sono le condizioni finanziarie nè quelle organizzative, da parte dello Stato, per garantire una migliore alternativa. 

Il tema della provenienza, della garanzia del controllo, della contaminazione tra controllo e commercializzazione, non sono aspetti oggi determinanti, ma in futuro lo saranno. Altrimenti c’è il rischio che questa gioiosa realtà, oggi traino dell’agroalimentare italiano, finisca male come il resto del settore. E se il food made in Italy non è più un fiore all’occhiello della bilancia economica del paese lo si deve a chi ha voluto chiudere un occhio su modalità, come provenienza e controlli, che, per fortuna, nel biologico ancora ci sono. Scaricando poi la colpa sul politico di turno, accompagnato e riverito fino ad un istante prima.

 

(continua)

22/09/2016

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