Benessere

Nel salmone di allevamento gli omega3 sono la metà

Uno studio scozzese ha evidenziato che negli ultimi 5 anni sono diminuiti della metà gli acidi grassi polinsaturi presenti nel salmone da allevamento.

Nel salmone di allevamento gli omega3 sono la metà

Il salmone è una delle principali fonti alimentari di acidi grassi polinsaturi essenziali come omega3 e omega6, fondamentali nel prevenire l’ipertensione, malattie cardiovascolari, e perfino alcuni tipi di cancro. Per il suo sapore delle sue carni e anche per le sue caratteristiche nutrizionali è uno dei prodotti ittici più richiesti: in tutto il mondo ogni anno si vendono circa 3 milioni e mezzo di tonnellate di salmone, corrispondenti al 17% del mercato. Con il crescere della popolazione, e della richiesta di omega 3 e omega 6 per una dieta salutare, il salmone selvatico è risultato insufficiente per soddisfare la crescente domanda di pesce. Secondo i dati del WWF l’acquacoltura del salmone, nata circa 40 anni fa, è il settore di produzione alimentare cresciuto più velocemente negli ultimi anni, ed è destinato ancora a crescere, poiché si calcola che entro il 2024 i consumi di salmone da allevamento saranno più che raddoppiati rispetto al 2000.

Circa il 70% del salmone consumato in tutto il mondo proviene da allevamento, ma, come ha dimostrato uno studio dell’Università di Stirling in Scozia, negli ultimi cinque anni l’apporto di acidi polinsaturi dato dalle carni del salmone allevato è diminuito della metà.  A causare questo cambiamento, secondo gli studiosi scozzesi, sarebbero le variazioni nella composizione del mangime. Tradizionalmente il salmone da allevamento era nutrito principalmente con alimenti di origine marina, ma la necessità di far fronte alle aumentate richieste di acidi polinsaturi, sia da parte dell’industria alimentare che da quella farmaceutica, ha prodotto un cambiamento nella formulazione dei mangimi destinati all’acquacultura. Attualmente sono sempre più presenti nel mangime dei salmoni alimenti di origine vegetale, a base di olio di semi: questo cambiamento nella dieta ha avuto conseguenze sulla quantità e qualità degli acidi grassi presenti nelle carni del salmone da allevamento. A partire dal 2010 è stata notata una progressiva diminuzione degli acidi grassi polinsaturi, come l’E.P.A. e il D.H.A., che nel 2015 sono risultati dimezzati.

Il salmone da allevamento e quello selvatico contengono la stessa quantità di colesterolo, ma le carni del secondo sono grasse la metà. Inoltre il salmone allevato ha una quantità di grassi saturi che è tripla rispetto a quello selvaggio. Nonostante queste differenze la National Oceanic and Atmospheric Administration garantisce che questa alimentazione non è dannosa per i salmoni e che il valore nutrizionale delle loro carni resta elevato. Ma lo stesso ente solleva altre criticità che riguardano l’acquacoltura del salmone.

In primo luogo l’affollamento delle vasche offre le condizioni ideali per la diffusione del pidocchio marino che sta infestando le colonie di salmone dell’Alaska. Questo parassita, appartenente alla famiglia dei crostacei, può essere letale per i giovani salmoni. I pesticidi utilizzati per contrastarne la diffusione sono però altamente tossici per il resto fauna marina, a partire da gamberetti, granchi e aragoste, tanto da meritarsi il bando sia dell’Unione Europea che della Food and Drug Administration negli Stati Uniti.  

Un’altra conseguenza negativa dell’allevamento del salmone la fughe di molti esemplari dalle vasche. Uno studio del dipartimento canadese per la pesca e gli oceani ha scoperto che oltre 750.000 salmoni sono fuggiti dagli allevamenti di Newfoundland da quando si sono insediati, e che questi si stanno accoppiando con i salmoni selvatici dando vita ad una progenie con tratti misti. Questo aspetto è stato affrontato anche da una ricerca del governo norvegese, mirata ad analizzare il patrimonio genetico del salmone atlantico selvatico: i risultati mostrano che il 40% del patrimonio genetico degli individui analizzati deriva da quello dei salmoni da allevamento. 

Il salmone allevato è nutrito per crescere più grande e più velocemente. Questi tratti lo favoriscono sul salmone selvatico nella competizione per il cibo, per l’habitat e per l’accoppiamento: sia nelle acque marine sia in quelle dei fiumi, che i salmoni risalgono per riprodursi. le conseguenze sulla popolazione e la riproduzione dei  salmoni selvatici sono state subito evidenti. Nel 2016 la migrazione dei salmoni sockeye ha subito un brusco calo lungo la costa canadese del pacifico: la Pacific Salmon Commission aveva previsto la risalita di circa 2.270.000 esemplari lungo fiume Fraser ha rivisto le sue stime a 853.000, la più bassa mai registrata. Lo stesso fenomeno si è verificato in Alaska, dove la pesca del salmone rosa è stata peggiore degli ultimi 40 anni.  

Se alcune conseguenze dell’acquacoltura hanno creato allarme, tanto da portare alcuni ricercatori a chiedere la sterilizzazione dei salmoni allevati, bisogna sottolineare come resti un metodo altamente ecosostenibile per assicurare cibo e scorte di omega3 e omega6 per la popolazione mondiale, destinata entro il 2048 a raggiungere i 9 miliardi.  

Secondo i calcoli del WWF occorrono dalle 10 alle 12 libbre di mangime per produrre una libbra di carne bovina, mentre per produrre una libbra di carne di salmone ne bastano meno di due. L’acquacoltura, inoltre, è una valida alternativa allo sfruttamento del mare. Le Nazioni Unite stimano, infatti, che oltre un terzo delle acque pescose venga sfruttato oltre il limite, al punto che entro il 2048 tutte le specie commestibili potrebbero estinguersi. Mentre secondo la Banca Mondiale entro il 2030 oltre due terzi del pesce consumato in tutto il mondo saranno di allevamento. Dunque occorrono soluzioni per rendere questa pratica più sicura dal punto di vista alimentare e limitarne l’impatto sull’ambiente.  

Sia il WWF che l’Aquaculture Stewardship Council hanno messo a punto un protocollo di certificazione per informare i consumatori e i venditori al dettaglio sulla sostenibilità del salmone. Il disciplinare richiede che le aziende limitino le malattie e la diffusione del pidocchio di mare limitando l’uso di medicinali. I controlli si estendono anche al monitoraggio della qualità dell’acqua e delle fughe dagli allevamenti verso il mare aperto. Anche l’alimentazione dei salmoni è regolamentata, con l’imposizione di un limite alla quantità di pesce selvatico da inserire nella dieta, considerata una delle cause del crollo degli omega3 nelle carni del salmone allevato.     

Gli stessi autori della ricerca, oltre a specificare che non c’è nessun rischio nel consumare il salmone allevato, anche raddoppiando le porzioni, hanno messo in evidenza gli sforzi in atto per limitare l’impatto dell’acquacoltura del salmone e aumentare l’apporto di acidi essenziali polinsaturi, come l’introduzione nell’alimentazione di microalghe e di olio di semi geneticamente modificato.

Vincenzo Menichella

02/11/2016

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